Intervista a Robert Costanza


Sostenibilità, economia ecologica, ecosystem services e crediti di carbonio.
Un’intervista informale col Professor Robert Costanza, economista ambientale.
A cura di Valentina Grasso

Robert Costanza, noto esponente dell’economia ecologica, ha ricevuto il 21 maggio 2010 uno speciale riconoscimento nell’ambito de “Il Monito del Giardino”, premio ambientalista internazionale promosso dall’Ente Cassa di risparmio di Firenze attraverso la Fondazione Bardini e Peyron. Il premio è stato vinto  dalla Direttrice dell'Agenzia europea per l'ambiente (AEA), l'inglese Jacqueline McGlade ed è stato assegnato uno speciale riconoscimento anche ad altri di quattro diversi Paesi che si sono particolarmente distinte nei rispettivi campi di ricerca e di attività: oltre a Robert Costanza (Stati Uniti) l’economista ecologica Ingrid Stagl (Austria), il banchiere ambientalista Pierre Dutrieu e il metereologo Gilles Sommeria (entrambi francesi), gli italiani Luigi Biggeri, già presidente dell’Istat oggi alla World Bank, e Giannozzo Pucci, editore della rivista L’Ecologist, versione italiana del celebre The Ecologist.
Con l’occasione abbiamo fatto una breve intervista a Robert Costanza, padre degli Ecosystems  Services, di cui vi riportiamo le note essenziali.

La crisi del "full world"
L’attuale crisi economica, dice Costanza, non è altro che il monito del Pianeta, e anche del mercato stesso, che ci dice no more: il modello attuale non è più sostenibile, non solo dal punto di vista ambientale, ma anche dal punto di vista economico. Dobbiamo abbandonare il dogma del consumismo more is better, per sostituirlo con un più sensato better is better.
Il punto è che le nostre economie sono nate in un contesto in cui il modello era quello che Costanza definisce un empty world (mondo vuoto), dove l’unico fattore limitante era il capitale costruito, mentre il capitale sociale e naturale erano abbondanti e considerati illimitati. In quel contesto non serviva preoccuparsi di danni ambientali o delle esternalità negative della produzione. Oggi invece il nostro è diventato un full world,  pieno di individui e anche delle loro costruzioni, in cui le risorse si dimostrano finite e per di più vulnerabili. In questo nuovo contesto l’economia deve ritrovare la sua collocazione e il suo scopo originario che è quello di migliorare la qualità della vita e il benessere degli individui.

PIL, economia e benessere
Ricordandosi che il PIL, Prodotto Interno Lordo, è solo un mezzo per quello scopo e non un fine in sé, la crescita economica non può essere il fine ultimo dell’economia. 
In questo senso, l’attuale recessione economica è una grande opportunità (la parola crisi in alcune lingue significa anche opportunità) per una transizione della società verso un nuovo modello di sviluppo che sia più sostenibile, ovvero che abbia al centro il benessere e la qualità della vita e non la crescita ad ogni costo. 
Nuovi modelli necessitano però di nuovi strumenti, capaci di riportare l’economia alla sua natura. In questo senso il Pil mostra tutto il suo limite e l’incapacità di misurare il benessere di un paese, e nemmeno la qualità della vita e ne emergono di nuovi come ad esempio il Genuine Progress Indicator elaborato già negli anni Settanta, che tiene conto non solo delle variabili economiche ma anche di quelle ambientali e sociali, del benessere appunto. Se si guarda ai due indici si scopre che dalla fine degli anni Settanta in poi, in molti paesi il PIL è continuato a crescere ma gli indici di progresso no, a significare che la crescita è ormai disconnessa dal benessere delle persone.  
L’interesse della politica verso i nuovi indicatori del benessere comincia ad emergere sempre più chiaramente, come testimonia ad esempio la Commissione voluta dal Premier francese Sarkozy, la commissione Stiglitz-Sen-Fitoussi, incaricata di verificare nuovi indicatori di sviluppo alternativi al PIL, o al fatto che alcuni stati, abbiano cominciato ad adottarli ufficialmente, come ad esempio lo Stato del Maryland. Certo, il passaggio avviene in modo graduale, spiega Costanza, ed è fondamentale uscire dall’ambito accademico per entrare in quello politico.

Ecosystem services e carbon credits
In questo contesto è molto importante poter valorizzazione e contabilizzazione i servizi svolti dagli ecosistemi (ecosystem services), che spesso proprio perché derivanti da funzioni “naturali” sono considerati senza valore economico. Costanza insieme ad Hermann Daly, è stato il primo ad elaborare un’unità di misura per il lavoro svolto da boschi e foreste su un territorio, il Prodotto Interno Verde, PIV in contrapposizione al PIL. Ad esempio il PIV italiano nel 2009 è stata quantificato dal mensile Geo  in 6 miliardi di euro.
Tra gli ecosytem services rientra anche la capacità delle foreste di assorbire anidride carbonica, a cui oggi viene attribuito un valore economico grazie anche ai meccanismi di mercato istituti dal Protocollo di Kyoto. Alcuni enti locali in Italia, ad esempio, stanno promuovendo a livello regionale dei meccanismi di mercato per incentivare i crediti volontari di carbonio, invitando le imprese ad annullare le proprie emissioni attraverso interventi di forestazione sul territorio regionale, attribuendo quindi un valore economico proprio ai sink forestali come strumento per la mitigazione dei cambiamenti climatici globali.
Costanza sottolinea che la carbon sequestration è una tra i molteplici servizi resi dagli ecosistemi e, per essere ancor meglio valorizzata economicamente, andrebbe inserita nell’insieme degli altri ecosystem services. Cita come esempio il Costa Rica Trust dove si è deciso di introdurre una tassa per gli allevatori (che tagliavano la foresta per far posto ai pascoli per il bestiame) perché non lo facessero, in modo da valorizzare i quattro servizi resi dal patrimonio forestale:
1.    la Salvaguardia della risorsa idrica
2.    il Sequestro di CO2
3.    la tutela della biodiversità
4.    l’ecoturismo
Il governo, membro del trust, raccoglie i fondi che vengono per metà redistributivi alla popolazione (riducendo al povertà) e per metà investiti per ripristinare i servizi egli ecosistemi.
Lo stesso sta facendo il Messico nella riserva di Sierra Gorda, con il programma Payments for Hydrological Environmental Services, dove i proprietari terrieri ricevono dallo Stato circa $40 ad ettaro della loro terra per non utilizzarla e contribuire così alla conservazione dell’ecosistema, un incentivo che per loro è economicamente conveniente.
Bisogna trasformare i limiti in positivo valorizzando i servizi che gli ecosistemi rendono a tutti noi.
Allargare il problema dal cambiamento del clima alla sostenibilità in generale, che significa anche considerare al momento della valutazione delle scelte anche il benessere delle persone.
Riflettendo insieme faccio notare che però in realtà tutta la comunicazione sula cambiamento del clima ad esempio, anche quella fatta dagli organismi internazionali, è molto centrata sull’idea del collasso imminente piuttosto che sulla prospettiva del benessere e della felicità, cercando di motivare con la paura della “catastrofe”. “E’ vero – sorride Costanza- ma io preferisco pensare alla felicità. Comunicare il collasso e il rischio funziona solo nell’immediato, ma se il rischio non è vicino nel tempo e nello spazio non funziona. La felicità invece ha un orizzonte molto più lungo”.
Sono d’accordo. Alla domanda vogliamo far qualcosa per essere più felici, chi risponderebbe di no?